Dall’inizio del 2019, i produttori di caschetti per bici hanno presentato molti nuovi modelli: si tratta di caschi più sicuri, dotati di strati composti da materiali in grado di assorbire meglio gli urti. I sistemi integrati assorbono l’energia cinetica, riducendo lo spostamento del cervello all’interno della scatola cranica, in caso di incidente. I caschi moderni sono più leggeri, più traspiranti e, in molti casi, montano luci anteriori e posteriori, auricolari, set per il viva voce, sistemi di navigazione, luci dei freni, lettori musicali, interfoni e sensori d’urto. Allora, perché continuiamo a rifiutarci di indossarli?

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Al giorno d’oggi il mondo si divide in alcuni Paesi in cui vige l’obbligo di uso del casco (come Finlandia, Argentina, Nuova Zelanda, Sud Africa, Australia e alcune province canadesi) e il resto del pianeta, in cui, fra tutti, soltanto ai bambini viene imposto di indossare il caschetto.
Ci si dovrebbe chiedere se introdurre l’obbligo del casco per tutti i ciclisti sia davvero la strada giusta da intraprendere. La medicina si schiera nettamente a favore del caschetto perché in grado di prevenire gravi lesioni alla testa. Da un punto di vista generale tuttavia, la soluzione non è così scontata. Vi suona come un’assurdità? Cosa potrebbe esserci di così sbagliato nell’introdurre leggi a favore del casco obbligatorio per chiunque monti in sella ad una bici?

E voi, indossate il casco? © Profimedia

I paesi più bike-friendly nel mondo, ovvero la Danimarca, i Paesi Bassi e la Germania, non impongono l’uso del casco. E nonostante l’enorme numero di persone che pedalano sulle strade tutti i giorni, in questi Paesi si registra la più bassa percentuale di ciclisti feriti. E non è una pura coincidenza. Questi Stati infatti investono in moderne infrastrutture ciclistiche, dividono le piste ciclabili dal traffico a motore, e hanno fama di essere guidatori rispettosi.

Si solleva un vespaio

Ogni volta che qualcuno alza la voce contro le leggi che obbligano all’uso del casco, arriva un fiume in piena di testimonianze su drammatici traumi cranici subiti da ciclisti che viaggiavano senza casco. Tanto la ricerca scientifica quanto quella non scientifica mirano a dimostrare che pedalare indossando il caschetto è molto più sicuro.

Ma la realtà può essere molto più complicata. Negli anni ’80 era abbastanza insolito vedere un ciclista indossare un casco. Nel 1989, il dottor Robert Thompson e sua moglie Diane effettuarono alcune ricerche a Seattle, dimostrando che, in caso di incidente, i ciclisti che portavano il caschetto avevano l’85% di rischio in meno di subire un trauma cranico. È difficile pensare ad una ragione più convincente di questa per correre subito nel negozio più vicino a comprare un casco.

Londra, Inghilterra. Donna con caschetto da bici vicino Whiteall © Profimedia

Tuttavia, successivamente, Dorothy Robinson della Australian University del New England, è salita alla ribalta affermando che la maggior parte degli studi relativi ai caschi da ciclismo erano fallaci poiché si basavano su informazioni fuori dal contesto. Nella sua ricerca, la dottoressa Robinson osservava che le persone che indossavano il caschetto, avevano la tendenza ad infortunarsi molto più spesso andando incontro a lesioni in altre parti del corpo.

Lesioni ciclistiche in relazione al tasso complessivo di incidenti

Australia e Nuova Zelanda hanno introdotto la legge sul casco obbligatorio nel 1990. All’inizio, questa scelta è sembrata un enorme successo, poiché il numero di incidenti ciclistici gravi e mortali è diminuito significativamente. Tuttavia, la dott.ssa Robinson ha dato uno sguardo più ampio al quadro generale e ha scoperto che il periodo monitorato ha segnato un’identica diminuzione del tasso di incidenti e morte di pedoni, nonché di altre vittime di incidenti automobilistici, principalmente grazie ai miglioramenti nelle infrastrutture per il trasporto e campagne contro l’eccesso di velocità e il consumo di alcol prima di mettersi alla guida. Tra le altre cose, la dott.ssa Robinson ha notato che, pur se il numero di ciclisti che avevano subito un trauma cranico era diminuito, il tasso di incidenti ciclistici era aumentato e ha dunque concluso che indossare il casco crea un falso senso di sicurezza e fa correre maggiori rischi ai ciclisti.

Un’interessante scoperta è stata fatta dal dott. Kay Teschke dell’Università della Colombia Britannica, che ha confrontato dati diversi tra le province canadesi. Mentre in alcune di queste i caschi da ciclismo non sono obbligatori, in altre, come la Colombia Britannica e la Nuova Scozia, si richiede ai ciclisti di indossarlo. La ricerca ha evidenziato che nelle province con il casco obbligatorio, lo indossa il 67% dei ciclisti rispetto al 39% di ciclisti delle province che non lo richiedono per legge. In ogni caso, le possibilità che chi va in bici finisca in ospedale sono altrettanto alte in entrambe le province. Secondo il dott. Teschke, tra i ciclisti che vengono curati in ospedale dopo un incidente, chi ha indossato il caschetto ha ridotto effettivamente la gravità dei traumi cranici. Allo stesso tempo, il dottore solleva la domanda sul motivo per cui indossare un casco non riduca la probabilità che un ciclista abbia ugualmente un incidente e finisca in ospedale.

Usate le luci per la marcia diurna?

Casco obbligatorio nell’hockey e in altri sport

Rune Elvik, in uno studio norvegese del 2011, sottolinea che l’indagine sulla diminuzione delle lesioni cerebrali nelle persone che indossano il casco, nasconda traumi alla colonna vertebrale cervicale. Ciò corrisponde ai dati provenienti da uno sport completamente diverso: il football americano. In questo caso i caschi fecero la loro comparsa nel 1939, e il loro uso divenne obbligatorio negli anni ’60. Pur diminuendo il tasso di mortalità tra gli atleti del football, aumentava sempre più il numero di atleti che soffrivano di lesioni alla spina dorsale.
Stessa cosa è avvenuta nella NHL (National Hockey League) dopo il 1979, quando il casco e le protezioni da hockey sono diventati obbligatori. Viceversa, nel caso del rugby, in cui i giocatori vanno avanti senza gusci di protezione, il numero di traumi gravi alla testa e alla colonna vertebrale è più basso rispetto ai giocatori di football. Un motivo comunemente risaputo è che i rugbisti non raggiungono una velocità e una forza tali da giustificare gravi lesioni in caso di scontro.

Tre teorie su presunti miti

Nei suoi studi, il giornalista ed esperto di traffico Shaun Lopez-Murphy spiega tre teorie sulle falsità universalmente condivise a proposito dell’obbligo di usare il casco. La prima riguarda l’eccessiva preoccupazione. Nella totalità degli incidenti legati alla bicicletta, i traumi cranici costituiscono solo una piccola percentuale. Durante i cinque anni in cui il dott.Teschke ha monitorato l’uso del casco in Canada, ci sono stati 633 ciclisti incidentati per 100 milioni di corse in bici. Esattamente un quarto, o il 25%, di tutti i ricoveri ospedalieri legati a traumi alla testa o al volto. Ciò ha dato adito a tesi secondo le quali considerare il ciclismo pericoloso per la salute se si pedala senza caschetto, equivale a pensare che lo sia anche volare unicamente perché, ogni tanto, un aereo si schianta a terra.

Un ciclista in mezzo al traffico nel centro di Brighton. © Profimedia, Alamy

La seconda teoria si concentra sulla velocità. Gli scienziati la chiamano compensazione del rischio. Un sondaggio norvegese del 2012 sosteneva che i ciclisti che corrono a velocità più elevate sono quelli che più di frequente usano il caschetto (così come altre attrezzature sportive, come indumenti contenitivi, occhiali, scarpette con l’aggancio e biciclette superleggere). E sono anche gli stessi che hanno un tasso di infortunio più elevato. Un anno dopo, questa scoperta è stata supportata da un’analisi effettuata tramite video di una rotonda super affollata a Vancouver. Ciò che è emerso è che, mediamente, i ciclisti che portavano il casco attraversavano quella zona ad una velocità del 50% più elevata rispetto a quelli senza casco.
A controprova di questa ipotesi, dobbiamo menzionare un recente studio condotto
da Politecnici a Chemnitz e Dresda. I volontari venivano equipaggiati con telecamere e avevano la possibilità di scegliere quando e dove volevano andare e di decidere se usare il casco oppure no. I risultati hanno mostrato come la maggior parte dei partecipanti abbia guidato a velocità costante, indipendentemente dal fatto che stessero usando un casco o che lo avessero lasciato a casa.

L’ultima delle tre teorie si focalizza sulla sicurezza generale in relazione al numero complessivo di ciclisti sulle strade. Lo scenario in molti paesi si presentava simile: con l’introduzione della legge sull’uso obbligatorio del casco, il numero di ciclisti ha iniziato a diminuire. Nel 2003, Peter Jacobsen ha scoperto una proporzione diretta tra il numero di ciclisti e la loro sicurezza. Maggiore è il numero di ciclisti sulle strade, più gli automobilisti sono vigili e attenti, il che si traduce in un tasso di incidenti inferiore. Di conseguenza, quando i ciclisti sulle strade iniziano a diminuire, a causa ad esempio dell’obbligatorietà del casco, i conducenti di automezzi tendono a scontrarsi con loro con più facilità.

Il casco salva la vita

Potete pensare che queste siano teorie pseudoscientifiche che mettono insieme elementi differenti a proprio piacimento. I ciclisti agonisti che macinano centinaia di chilometri ogni giorno hanno più probabilità di rimanere coinvolti in incidenti rispetto a chi usa la bicicletta per andare al lavoro una volta alla settimana e per dieci minuti.
I ciclisti che sfrecciano in discesa tra i boschi, tra rocce aguzze e radici scivolose, sfrecciando tra gli alberi a 50 km / h, non salirebbero mai in sella senza un casco integrale perché, anche se dotati di tutti gli equipaggiamenti protettivi, sanno quanto possa essere doloroso un infortunio.
Tuttavia, sembra legittimo analizzare in modo critico l’introduzione globale dell’obbligatorietà del casco. Basandosi su calcoli che ipotizzavano una diminuzione del numero di ciclisti qualora fosse stata introdotta una legge simile, la Germania lasciò cadere l’idea di esigere il casco. Quest’ultima andrebbe in contrasto sia con le politiche federali e statali sia con l’impegno tra le parti per promuovere il ciclismo come mezzo di trasporto su brevi distanze.

Il casco da bici riduce il rischio di ferite al volto del 23% senza aumentare il rischio di lesioni alla colonna cervicale. © Profimedia

Non è facile capire dove sta la verità. Tuttavia, uno studio finlandese pubblicato nel 2018 ha ipotizzato che, sebbene il numero di ciclisti nel Paese fosse diminuito rispetto al 1990, solo una minima parte di questi ritenesse che il motivo della decrescita fosse da ricondurre all’uso obbligatorio del casco.

Un argomento molto più convincente per indossare il caschetto è stato identificato in uno studio del 2017, condotto da diverse università della Repubblica Ceca. Un team di scienziati ha esaminato con attenzione le cause di decesso di 119 ciclisti, morti sulle strade boeme tra il 1995 e il 2013. I patologi hanno analizzato ogni singolo caso per capire se la presenza del casco avrebbe potuto permettere al ciclista di sopravvivere. Rapporti della polizia alla mano, i risultati hanno evidenziato che il casco era stato d’aiuto in quegli incidenti in cui nessun altro mezzo fosse coinvolto, ad esempio nei casi di cadute dalla bicicletta o urti contro ostacoli fissi. La ricerca ha concluso che 44 ciclisti su 119 (pari al 37%) sarebbero sopravvissuti se avessero indossato il casco. Viceversa, i caschi non sarebbero utili in alcun modo in caso di incidenti avvenuti ad alte velocità.
Lo studio consiglia a chi pratica il ciclismo di mettere il casco, ma contemporaneamente avverte di evitare determinate situazioni pericolose e di non pensare che un caschetto abbia poteri miracolosi.

Casi drammatici in sala operatoria

I medici che entrano in contatto con ciclisti vittime di incidente nei reparti di traumatologia, spesso sono testimoni delle devastanti conseguenze di uno scontro senza equipaggiamenti di protezione. “Non mi piace vedere chi va in bici senza casco,” sostiene Jan Žmolík, medico che lavora al dipartimento di Ortopedia e Traumatologia dell’ospedale di Liberec.
“Abbiamo spesso a che fare con ciclisti che hanno avuto incidenti mentre non indossavano il casco, e non è così raro che rimangano in Rianimazione per molto tempo, attaccati a macchinari che li aiutano a sopravvivere,” spiega il dottore, egli stesso ciclista di cross-country. “Personalmente, non andrei nemmeno a fare colazione senza il casco” aggiunge, sottolineando che, in una grande maggioranza dei casi, i ciclisti cadono proprio di testa. Anche se si indossa il caschetto, la caduta tende a risolversi con una clavicola rotta perché è lì che si sposta l’energia cinetica, che si abbassa nel momento in cui si cerca di fare forza con le mani. La testa, o in generale il cranio, sono il secondo punto di contatto. In caso di urto contro un ostacolo solido, come una ringhiera, un cordolo, un albero, una panchina o un veicolo parcheggiato, la lesione può avere conseguenze letali.

Il casco da bici riduce il rischio di trauma cranico del 48% e il rischio di gravi lesioni alla testa del 60%.

Che le leggi del vostro Paese vi chiedano di usare il caschetto oppure no, spetta sempre a voi la decisione definitiva. Per semplificare la scelta, vi presentiamo i risultati di uno studio norvegese chiamato Casco per bici – Indossarlo o non indossarlo, pubblicato nel 2018 dall’Institute of Transport Economics di Oslo.

– Il casco da bicicletta riduce del 48% il rischio di trauma cranico e del 60% il rischio di gravi lesioni alla testa.
– Il casco da bicicletta riduce del 23% il rischio di ferite al volto senza aumentare il rischio di lesioni cervicali della colonna vertebrale.

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