Parlando con i ciclisti professionisti, spesso si scopre che le due ruote sono una caratteristica di famiglia. Basta chiedere a Andy Raymond Schleck, ex ciclista professionista, nativo del Lussemburgo e vincitore del Tour de France 2010, il cui fratello maggiore, il padre e il nonno hanno all’attivo una ricca storia di gare ciclistiche. Durante i grandi Tour, ogni ciclista professionista si lega alla propria squadra come se si trattasse di una seconda famiglia, un gruppo speciale con uno stile di vita nomade in comune.

In questo articolo, ci piacerebbe indagare a fondo l'”aspetto familiare” della Grande Boucle – il famoso Tour de France.

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Come in una qualsiasi famiglia numerosa, non tutti vanno d’accordo tra loro ma, alla fine, stare insieme e aiutarsi a vicenda è ciò che conta. Almeno è così che Le Tour si presenta sia ai ciclisti che agli spettatori: entusiasmo spericolato e performance a massimi livelli, che legano tra loro persino i più feroci rivali. Ecco perché abbiamo raggiunto Andy Schleck che ha trovato il tempo per darci qualche informazione, nonostante fosse appena iniziato il suo intenso programma come presidente dello ŠKODA Tour di Lussemburgo.

Cadel Evans in a yellow jersey, Andy Schleck 2nd overall and 3rd placed Frank Schleck. 2011 Tour de France in Paris. © Profimedia, TEMP Shutterstock Editorial

Secondo il tuo punto di vista, cosa pensi che attiri così tante persone verso il Tour? Tu che hai partecipato alla gara, hai mai avuto una sensazione diversa rispetto ad ogni altra corsa?

In primis, in generale è una delle gare più difficili che si possano fare, dal punto di vista della fatica fisica. Ad un certo punto della tua carriera, provarci diventa un desiderio fortissimo. E anche se c’è molto spirito competitivo e rivalità, ognuno ha bene in mente che tutti i corridori sono ugualmente coinvolti nella corsa e che, alla fine, devono sostenersi a vicenda. Certo, vincere è una grande prospettiva ma senza cooperazione e rispetto reciproco, non potrebbe mai funzionare.

Hai mai avuto la sensazione di essere parte di una grande famiglia, sia dentro la squadra che al di fuori? Ci dai qualche esempio concreto del sostegno e del cameratismo che si crea tra i partecipanti?

Certo, è così che funziona, specialmente quando accade qualcosa di brutto. Ci fu un grande incidente nel Tour de France del 2010; non ricordo con esattezza in quale tappa ma accadde in Belgio. Tutti i corridori feriti, incluso me, hanno ricevuto aiuto da chiunque fosse lì vicino in quel momento e l’intero gruppo si è fermato subito ed ha aspettato che tutti rimontassero in sella; nessuno ha tratto vantaggio dall’incidente. Inoltre, se finisci l’acqua o il cibo, le persone lo condivideranno sempre con te, a prescindere dai colori della tua squadra. Ho visto molti momenti di grande sportività durante il Tour de France.

In una delle tue interviste, hai descritto le emozioni contrastanti che arrivano quando il Tour de France finisce e la possibilità di trascorrere finalmente del tempo con la propria famiglia si scontra con la perdita dei compagni di squadra. Puoi spiegarci meglio?

Quando sei un corridore professionista, passi moltissimo tempo lontano dalla tua famiglia e loro sono, in qualche modo, costretti ad abituarsi. Poi, alla fine della gara, la felicità di poter tornare da loro, si scontra con le esperienze condivise con il tuo team, che sono così particolari da essere diventate una parte importante della tua vita. Per quanto riguarda il Tour, si tratta di settimane di preparativi, allenamenti e infine della gara stessa. Si diventa sostanzialmente una famiglia nomade, “zingara”, chiusa in roulottes e costantemente in viaggio, quindi bisogna per forza andare d’accordo con gli altri, perché l’agitazione è alta e lo spazio è limitato. È un tipo diverso di routine e, alla fine di tutto, sei contento di tornare a casa, ma, allo stesso modo, tutto ciò ti manca.

Andy Schleck won the 2010 Tour de France, being awarded it retroactively in February 2012 after Alberto Contador’s hearing at the Court of Arbitration for Sport. © Profimedia, TEMP EPA

I tifosi che costeggiano il percorso della gara sono tutta una categoria a se stante. Provenienti da ogni angolo del mondo, la loro presenza cosa significa per voi corridori? Cosa aggiungono all’atmosfera?

Beh, senza di loro la gara non esisterebbe, noi non esisteremmo; loro sono assolutamente parte della famiglia. Il 99,9% della gente che segue le tappe è eccezionale e condivide il nostro entusiasmo, ma ci sono casi in cui i fan si avvicinano troppo o corrono a fianco dei ciclisti rallentandoli e, a volte, provocando incidenti. In casi come questi ovviamente si prova molta rabbia, ma sono sempre singoli individui a fare cose simili, non l’insieme di tutti i fan. I tifosi rendono il Tour ciò che è, quindi sicuramente li apprezziamo tantissimo e, naturalmente, è una sensazione fantastica sentire così tanta gente tifare per te soprattutto quando pensi di star esalando l’ultimo respiro.

Sei ancora in contatto con i tuoi compagni di squadra o i membri dello staff dei giorni di quel Tour?

Da quando sono andato in pensione, a dire il vero no. Sono stati giorni fantastici ma esiste una sorta di regola tacita nel ciclismo professionistico: la vita privata di ognuno va rispettata e, nel momento in cui non sei più in squadra con qualcuno, i rispettivi percorsi si separano, sia professionalmente che personalmente. Auguro comunque loro ogni fortuna, naturalmente.

Guardi il Tour? Hai i tuoi preferiti per i quali fai il tifo?

Dal momento che sono impegnato con lo ŠKODA Tour del Lussemburgo, dove ricopro il ruolo di presidente, ho già lì la mia dose di ciclismo di prima mano e sono davvero molto vicino a tutto ciò che accade durante tutto il percorso, quindi per me è questo l’evento principale dell’anno. Sono più o meno a conoscenza di tutto ciò che accade durante il Tour, ma non è che sto seduto davanti a un televisore tutto il giorno.

Andy in the yellow jersey. © Profimedia, TEMP Shutterstock Editorial

Cosa consigli ai vincitori di quest’anno o ai leader della classifica generale? Vedi qualche contendente alla Maglia Gialla?

Come ho detto, sono professionalmente coinvolto per lo più nello ŠKODA Tour del Lussemburgo, quindi non ho neppure avuto il tempo di controllare chi gareggerà quest’anno. Ma vorrei sottolineare che la maglia gialla è una grande responsabilità che viene appoggiata sulle tue spalle. Lo so perché l’ho indossata in prima persona ed è una maglia molto “pesante”. Per guadagnarla, bisogna davvero lavorare come una squadra o, se preferisci, come una famiglia.

Ma se devo pensare a qualche nome, probabilmente non sbaglio con Contador, Thomas, Quintana e altri grandi big: almeno uno di loro vale una scommessa sicura.

Andy Schleck si è ritirato dal ciclismo professionistico dopo un incidente nel Tour de France del 2014, che ha peggiorato le sue lesioni precedenti, soprattutto al ginocchio. Ora gestisce un negozio di biciclette e un bar a Itzig, in Lussemburgo.

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