Girare per la città in bicicletta non è mai stato così facile. Non è neppure più necessario possederne una per farlo.
In ogni grande città esiste un servizio di bike-sharing: è sufficiente scaricare una app, inserire i dati della carta di credito, trovare la prima bici disponibile, ed è fatta. Ma le onnipresenti bici non sono forse una minaccia alla sicurezza degli altri utenti della strada?

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Da un rapido sguardo alle strade delle maggiori città tedesche, ci si rende facilmente conto del crescente numero delle compagnie di bike-sharing: ce ne sono 5.000 a Francoforte, 10.000 a Monaco e 14.000 a Berlino. Stessa situazione si riscontra in tutte le città europee e nordamericane. Ma con il boom del bike-sharing, arrivano anche le prime preoccupazioni: i ciclisti occasionali sono più soggetti ad infortuni? È più probabile che subiscano un incidente?

Chi critica il fatto che le città siano invase da biciclette disponibili a chiunque e in qualunque momento, sottolinea come il servizio di bike-sharing sia utilizzato da gente con un’esperienza di guida nel traffico non sempre elevata.

Stazione di deposito del sistema di bike-sharing “BuBi”, Budapest, Ungheria © Profimedia

Le biciclette condivise sono spesso noleggiate anche da frequentatori di bar e night club per poter tornare a casa dopo l’orario di chiusura del trasporto pubblico, senza doversi pagare un taxi. A dispetto della quantità di alcool nel sangue, l’ampia disponibilità di bici di questo genere li porta a montare in sella anche in stato di ebbrezza.
Oltre a questi casi, gran parte degli utilizzatori è costituita da turisti che non conoscono la zona e, da un paese all’altro, ignorano spesso le sottili differenze nel modo di guidare.

A quanto pare, il rischio sta aumentando

“I casi di di trauma cranico sono in costante aumentato, dall’attivazione dei programmi di bike-sharing,” è ciò che hanno riportato le prime pagine dei giornali americani nel 2014. Col passare del tempo, i media hanno lanciato l’allarme anche in Europa. I timori si basavano sulle ricerche di scienziati americani e canadesi, che avevano cercato di determinare se ci fosse una correlazione tra il diffondersi dei servizi di bike-sharing e il crescente numero di traumi cranici tra i ciclisti. Il team di studiosi ha raccolto dati in cinque grandi città: Montreal, Washington, D. C., Minneapolis, Boston, e Miami Beach, in Florida, e li ha successivamente compararati con dati provenienti da luoghi dove questi servizi non erano ancora disponibili, tra cui Milwaukee e Seattle. Lo studio ha dimostrato che nelle città dove erano presenti servizi di bike-sharing, il rischio di subire traumi cranici era più alto del 14%, mentre in tutti gli altri luoghi, i valori erano rimasti invariati durante tutto il periodo di monitoraggio.

La tesi si basava inoltre su una solida argomentazione, poiché i ciclisti che utilizzano biciclette a noleggio sono solitamente portati a pedalare senza caschetto. Ciò ha dato vita all’opinione, ampiamente diffusa, che il bike-sharing sia una forma di ciclismo ben più pericolosa rispetto all’uso della propria bicicletta personale.

Rekola è una compagnia di bike-sharing gestita dagli abitanti di Praga.

La persona chiave dietro lo studio sui pericoli a cui sono esposti gli utenti di bike-sharing era Janessa Graves che, nella sua ricerca alla Washington State University, si concentrava sulla prevenzione degli infortuni ai bambini. La sua analisi fu pubblicata su sito web dell’American Journal of Public Health nel 2014. Quando fu intervistata dai media, la Graves ammise di essere una fan del ciclismo e dei benefici che apporta alla salute ma, allo stesso tempo, mise in guardia contro il bike-sharing che descrisse come pericoloso, a causa dell’aumento del rischio di trauma cranico.

Numeri fuori dal contesto

Poteva sembrare una critica legittima, ma lo studio risultò debole fin dal principio: innanzitutto perché non fu in grado di rapportare le cause alle conseguenze. Gli autori avevano sottovalutato diversi importanti fattori che potevano aver influenzato i risultati: una delle maggiori pecche, fu che lo studio non faceva distinzione tra i ciclisti che erano rimasti feriti usando una bicicletta a noleggio e quelli che, invece, ne avevano utilizzata una di loro proprietà.

Tuttavia, ciò che costituì una sostanziale carenza fu che lo studio non tenne in considerazione un possibile aumento della quantità totale di ciclisti per singola città. È logico che all’aumentare del numero di ciclisti durante il periodo di rilevamento dei dati anche il numero di incidenti in bicicletta aumenti, ma ciò non costituisce una prova del rischio connesso al bike-sharing. Un’ulteriore analisi dei dati raccolti suggerì che nelle città dove era adottato il bike-sharing, il numero di lesioni ciclistiche scendeva drasticamente, per la precisione del 28%. In base a queste informazioni, lo studio della dottoressa Graves fu dunque cestinato.

I clienti dei bike-sharing sono prudenti

I sostenitori del bike-sharing non hanno esitato a presentare i propri dati: negli ultimi dieci anni, i ciclisti hanno pedalato 8 mila volte a Minneapolis, 5,9 milioni di volte a Washington D. C. e 350 mila volte nell’area di San Francisco, e nemmeno in un caso si è verificato un incidente mortale ai danni di un ciclista.

Biciclette Ofo accatastate in un unico stallo vicino a Shanghai. © Profimedia

Indipendentemente dal fatto che si guardi all’Europa o ai Paesi oltre oceano, il principio del bike-sharing rimane identico: per durare il più a lungo possibile le biciclette a noleggio vengono realizzate per essere più pesanti e robuste. Il peso maggiore le rende dunque abbastanza lente, e per definizione andare piano è più sicuro che pedalare a tutta velocità.

Perché sia più facile distinguere in lontananza una bici noleggiata da una privata, le compagnie di bike-sharing dipingono i telai con colori forti che le rendono immediatamente visibili nel traffico e, sostanzialmente, aiutano gli automobilisti ad accorgersi dei ciclisti per tempo e ad evitarli nelle situazioni critiche. Le biciclette a noleggio, inoltre, sono solitamente dotate di fanale anteriore e posteriore, fondamentali per aumentarne la visibilità, migliorando così la sicurezza passiva. Senza contare il fatto che queste biciclette ricevono una regolare manutenzione, in modo da ridurre il rischio di guasti.

Un’altra argomentazione sostiene che i fruitori dei servizi di bike-sharing sono più prudenti perché non conoscono bene la bici che hanno noleggiato. Ovviamente, ciò comporta anche un risvolto negativo: non avendo familiarità con il mezzo, possono confondersi e, nel traffico cittadino, porsi in situazioni rischiose. Che sia più pericoloso correre con o senza caschetto, è invece stato animatamente discusso anche tra gli esperti.

Sabotaggi e avvocati

Al di là dei rischi più ovvi, il bike-sharing implica anche pericoli meno prevedibili. Le compagnie di bike-sharing a Seattle, una città con circa 9.000 biciclette a noleggio, hanno notato casi di danneggiamenti dolosi: le bici vengono intenzionalmente rotte, smontate e perfino gettate in mare. Fintanto che si tratta di danni che riguardano solo le bici, non è un grosso problema: gli affari sono affari e ci si aspetta sempre costi imprevisti.
Il guaio è stato che, in alcuni casi, sono stati tagliati i cavi dei freni. A Seattle, una città famosa per le sue strade ripide, le conseguenze di un simile gesto potrebbero davvero risultare fatali.

Voi cosa ne pensate? Pensate che il bike-sharing sia un passatempo sicuro?

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