Quando a spingere sui pedali è la passione, l’età perde il suo significato. Andrea Tafi è salito in bici da bambino e ancora non ha smesso di divertirsi. Nel frattempo, durante suoi diciotto anni di attività agonistica tra il 1988 e il 2005, si è tolto un bel po’ di soddisfazioni. Prima con la maglia della Carrera Jeans e poi con quella della Mapei, ha collezionato vittorie importanti nelle principali competizioni ciclistiche ed è diventato il primo italiano a vincere sia una “Parigi-Roubaix” sia il “Giro delle Fiandre”. Ma nonostante le soddisfazioni del passato, Andrea non è ancora stanco di emozionarsi su una bicicletta.

Per celebrare la vittoria alla “Parigi-Roubaix” del 1999, Andrea Tafi aveva deciso di tornare in sella e gareggiare ancora una volta, nella “classica francese”. Il cinquantatreenne toscano sarebbe dovuto partire pochi minuti prima della gara con lo scopo di tenere a bada il gruppo il più a lungo possibile. Sfortunatamente un mese prima della competizione, l’atleta nostrano si è rotto la clavicola in una gara locale in Toscana, dicendo addio al sogno di replicare il suo successo. Abbiamo raggiunto l’ex stella del ciclismo italiano per scoprire il suo punto di vista su “L’Inferno del Nord” e sul ciclismo al giorno d’oggi.

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Secondo te, perché la “Parigi-Roubaix” si differenzia dalle altre “classiche”?

Dunque, per come la vedo io, la “Parigi-Roubaix” è una gara unica, non solo perché fa parte delle 5 classiche, ma perché è proprio una gara diversa da tutte le altre e per affrontarla devi volerlo dal profondo del tuo cuore. Per questo i ciclisti che ci provano lo fanno perché lo vogliono veramente. Si tratta di una questione di amore/odio. Mi spiego: le difficoltà fisiche sono enormi perché non c’è tempo per rilassarsi e il corpo è costantemente sotto stress, ma se si è capaci di tagliare il traguardo in una gara come questa, allora ci si può chiamare professionisti.

Andrea Tafi parla alla stampa prima del Giro delle Fiandre, venerdì 30 marzo 2018. © Profimedia, AFP

Quali sono le tue impressioni sulla “Paris-Roubaix” di quest’anno?

Come ho già detto molte volte, quella di quest’anno è stata una gara aperta a molti corridori. Tra questi, direi che 10 o 15 avrebbero potuto vincere senza problemi. Negli ultimi anni questa gara sta cambiando volto, rendendo sempre più difficile la possibilità di correrla in solitaria uscendone vincitore. Non so con esattezza per quale motivo, forse perché le bici sono cambiate molto nel corso degli ultimi anni.

Se paragono la gara di quest’anno con quella che ho corso vent’anni fa, mi è facile trovare una lunga lista di cambiamenti. Ai miei tempi avevamo solamente la nostra bici, al massimo potevamo apportare qualche modifica ai cerchi e alle gomme ma nulla di più. Invece oggi le squadre possono giocare con molti più componenti, come la presenza o meno delle sospensioni, l’elettronica, i freni a disco o di altro tipo e molto altro ancora. Oggi la gara è più “tecnica” rispetto al passato e questo mi piace molto.

Andrea in azione (11 aprile 1999). © Profimedia, AFP

Penso che le modifiche al design delle ruote, specialmente nel caso delle gomme tubeless, siano uno tra i più importanti cambiamenti. Ai miei tempo i ciclisti avevano camere d’aria al massimo di 26 pollici, mentre oggi si usano anche quelli da 28 o da 30 pollici. Invece credo che la questione “sospensioni” potrebbe non essere necessaria: sicuramente la corsa sarebbe più comoda, ma non penso sia davvero fondamentale.

Quali sono stati i principali punti da ricordare nella gara di quest’anno?

Anche quest’anno, come durante la maggior parte di queste “Classiche del Nord”, c’è stato un team che si è fatto notare tra tutti. Penso che in questo momento la squadra belga Deceuninck-Quick-Step sia perfetta per questo genere di gare. Per loro, non aver vinto il “Giro delle Fiandre” deve essere stato un brutto colpo visto che questa gara ha un profondo significato per di ognuno dei corridori.

Guardando la rosa attuale dei ciclisti del team, si riescono a trovare somiglianze con quello della stagione 1993-2002 di MAPEI, nel quale si riunivano alcuni dei migliori corridori di gare come questa.

Ora, per esempio, bisognerebbe osservare Greg Van Avermaet (CCC Team): un ciclista con un enorme potenziale di vincita per la “Parigi-Roubaix” di quest’anno. Però, il fatto che la squadra al giorno d’oggi sia così importante rende questo obiettivo più difficile dato che la “Deceuninck-Quick-Step” è stata costruita attorno a questo tipo di gare e quindi è un traguardo importantissimo per un corridore così forte come Greg.

Raccontaci il tuo ricordo migliore della “Parigi-Roubaix”.

Per me il più bel ricordo è senz’altro la gara del 1996, quando tutti e tre i corridori del nostro team sono arrivati insieme sul podio: Johann Museeuw, Gianluca Bortolami ed io. Essere tutti e tre al Velodromo è stato per me speciale, un’emozione che conserverò per sempre nel cuore. Quello è stato il momento in cui ho capito che avrei davvero potuto vincere la “Parigi-Roubaix”.

Johan Museeuw (C) affiancato dall’italiano Gianluca Bortolami (R) e Andrea Tafi (L) festeggia dopo aver vinto Paris-Roubaix il 14 aprile 1996. © Profimedia, AFP

Com’è cambiato, secondo te, il concetto moderno di gruppo rispetto a quello che c’era nei tuoi giorni da corridore professionista?

Beh sai, il ciclismo moderno è diverso rispetto a quando correvo io e sta cambiando sempre più velocemente. Oggi la tecnologia è alla guida della gestione di una gara. Però davvero, non saprei esprimermi molto, se non rispetto ai ciclisti che si allenano in Toscana. Per il resto non me la sento di fingere di capire ogni passaggio, perché non sono in grado di fare paragoni.

Ai miei tempi, la cosa più importante per un corridore era capire il proprio corpo, capire quando questo fosse stanco e quando le gambe non avrebbero più retto… Era sicuramente più semplice. Oggi penso che dovrei passare un mese intero con un team per riuscire a capire meglio il nuovo approccio al ciclismo.

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